gio

12

mag

2011

L'abisso che unisce

di don Flaviano

Perché mi sono commosso?

Martedì pomeriggio ho assistito, con sorprendente partecipazione, ai chilometri finali della tappa Rapallo - Livorno del Giro d'Italia. E' stato molto bello. Mi chiedo perché. Non è lo sport un mondo finto, ormai? Non è il doping il signore delle corse? Non è il vile interesse commerciale a dettare legge? Si, ma...

Sul Giro, lo sappiamo tutti, si è aperto l'abisso. E' calato il silenzio. Gli occhi si sono sgranati. Lo sguardo si è alzato al cielo. Poi gli occhi si sono abbassati. Umidi. Il cuore vuoto. Lo sguardo vuoto. La mente vuota.

 

I telecronisti colti dal desiderio della fuga. Un senso di assurdo pervade l'etere: nelle case giunge, materializzato, ciò che la TV non trasmette. Giunge, improvviso, il senso della vita. 

 

Che sia la morte a portarlo non è cosa strana. Don Bosco, saggio educatore, permetteva ai suoi giovani di fare ogni mese l'esercizio della buona morte ("se domani dovessi morire..."). La morte è questo squarcio nel fondale che noi tutti costruiamo per allestire la scena della nostra vita. Ma, appunto, passa la scena di questo mondo (1 Cor 7,31).

 

Al Giro, però, gli uomini si sono ritrovati insieme a vivere questa brutta storia. Sia chiaro, non solo al Giro gli uomini si trovano a vivere insieme intorno a storie belle o brutte che siano. Ma dal Giro, lo ammetto, non me lo aspettavo.

 

Ebbene! Al Giro gli uomini hanno messo in scena una cerimonia collettiva di riflessione: il silenzio da vuoto si è fatto pieno. I ciclisti hanno attirato la gente, la gente li ha accolti. Tutti appesi ad uno di loro che stava salendo in cielo. 

 

Il coraggio di parlare della morte di uno di loro, con il linguaggio che avevano a disposizione mi ha colpito, profondamente. Hanno pedalato insieme, in silenzio per lo più, dandosi il cambio nella guida della comitiva, non guardando in faccia nessuno e portando tutti nel cuore. Splendida scena di solidarietà! 

 

All'arrivo, tutti dietro la squadra di colui che era nei pensieri di tutti. Poveri giovani ciclisti! Grandi proprio sull'abisso della morte. 

 

E' stata una bella scena di vita vera. Non credo che fossero gli sponsor a comandare, Martedì. Nè l'ambizione. Nè la fama. Credo fosse il desiderio degli uomini di essere guidati nel mistero della vita e della morte. 

Allibiti, gli uomini si sono stretti intorno a quello che avevano in comune - una tappa del Giro - e l'hanno resa una processione.

 

Io l'ho conclusa in cappellina: ho chiesto al Signore parole da offrire a tutti quegli uomini e quelle donne che ancora ammutoliscono di fronte alla morte e in processione chiedono di poter sperare nella vita.

 

Mi sono commosso per questo, credo. Perché l'uomo chiede ancora - e lo sa fare bene - parole di vita eterna, quando si trova, insieme, sull'orlo dell'abisso. 

 

 

 

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Commenti: 1

  • #1

    Cri (domenica, 15 maggio 2011 18:44)

    ...significativo davvero! La solidarietà commuove sempre...

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