gio
17
nov
2011
don Flaviano
... e sarà nell'abbondanza e a chi NON HA sarà tolto anche quello che ha!
E' chiara questa espressione del Vangelo di Matteo (25,29; ma confronta anche Lc 19,25-26)? Io proverei a comprendere meglio. Per la nostra mentalità quotidiana è cosa buona e giusta togliere a chi ha per dare a chi non ha o, almeno, organizzarsi per dare a chi non ha. Ma qui è scritto proprio il contrario.
La parabola dei talenti (delle monete d'oro in Luca) non illustra la magnanimità di un ricco signore che decide di fare beneficenza ai poveri che hanno bisogno di risorse. E non viene raccontato nemmeno dei poveri servi che, ricevendo un gruzzolo da una persona generosa, si dividono tra servi bravi, capaci di successo e servi sfortunati, di cui dire "poverini". Non c'è segno nemmeno delle capacità che il padrone distribuisce perché Matteo specifica che le capacità sono già in possesso di tutti i servi anche se in forme diverse (A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno).
Non sono queste le relazioni che dobbiamo cercare di comprendere all'interno della parabola. Tutte queste relazioni sono annullate dalla frase in questione: a chi ha sarà dato... La parabola sarebbe finita in un altro modo se i rapporti che Gesù voleva qualificare fossero stati alla base della sua predicazione. Avrebbe concluso dicendo: a chi non ha sarà dato, e se anche non riuscirà a mantenere verrà dato di nuovo, per una nuova occasione.
Due punti, invece, ci avvertono di altre intenzioni. Il padrone dà ai servi i suoi beni. Egli consegna il proprio tesoro, ciò a cui tiene, ciò che desidera condividere. Parte per un viaggio, è vero, ma non intende vivere separato dai suoi servi: non cerca di sostenere la vita dei servi con ricchezze che sono sue ma apparterranno solo alla vita dei servi. Affida loro se stesso, in un certo senso. E' come se dicesse: vi affido quanto ho di più prezioso perché voglio rendervi partecipi della mia storia.
Il secondo punto è che i servi buoni e fedeli raddoppiano i beni ricevuti e li riconsegnano trattandoli proprio il tesoro del padrone. Ho ricevuto i tuoi beni - dice il servo - sono stato onorato di questa dimostrazione di fiducia, ho lavorato per essere fedele alla tua dimostrazione. Anch'io voglio renderti partecipe dei miei tesori: il mio lavoro, il mio impegno, la mia dedizione, i miei affetti. Tu mi vuoi bene, io ti voglio bene - dice il servo.
E' qui che si esprime la povertà del servo malvagio. Egli ha considerato la richiesta del padrone secondo un rapporto di distanza: mi ha dato dei soldi, mi mette alla prova, è un esame duro, dovrò fare buona impressione, sarà meglio non rischiare troppo ed essere modesto. Ma come si fa ad essere modesti quando uno capace di amare ti affida la potenza del suo amore? Per questo il servo si sente dire: non hai; perché non ha proprio la consapevolezza del legame che lo unisce al padrone, non capisce chi sia questo padrone. E per questo si sente dire: ti verrà tolto anche quello che hai; perché perderà anche le ricchezze che ha, da sempre, ricevuto per lo stesso fine: scoprire l'amore del padrone e imparare ad amarlo. Perdendo l'intimità con il padrone il servo perde tutto il resto.
I servi buoni, invece, sono stati fedeli nel piccolo gesto d'amore e riceveranno l'abbondanza dell'amore, sempre più evidente, e la partecipazione alla ricchezza del regno, già creato per loro.
La parabola dei talenti racconta una storia d'amore. La parabola dei talenti non insegna a fare beneficenza secondo il materialismo della nostra cultura. La parabola dei talenti educa il cuore a fidarsi del padrone/padre che ci tratta da servi/figli e ci rende partecipi del suo tesoro preparato per noi.
Buona vita.
mar
08
nov
2011
di don Flaviano
C'è stato un tempo (io ero giovane) in cui era facile ascoltare discorsi, vedere film, conoscere storie che immortalavano episodi di vita riuscita grazie alla forza di volontà.
Oggi, invece, molti giovani, crescendo, smettono di volere un intero mondo all'altezza dei propri sogni. Si sono accorti che la vita non è all'altezza di ciò che promette: meglio concentrarsi su momentanee soddisfazioni e piccoli piaceri.
La volontà come forza della vita o la vita come delusione da anestetizzare. Due possibili letture di una deriva culturale segnata dalla dimenticanza della storia di Gesù, INRI, mio Signore.
Vado a spiegare.
Quando vogliamo qualcosa è sicuramente il momento in cui siamo maggiormente noi stessi. Volere è il modo più importante che abbiamo di riconoscere chi siamo veramente: nel bene e nel male. Direi allora che volere è: potersi riconoscere. Vuol dire questo che volere è anche poter essere ciò che vorrei essere? Non saprei! Mi piacerebbe precisare che per sapere ciò che vuoi essere sarebbe importante che tu riuscissi a patire ciò che sei.
"Don Flaviano, spiegati, non ci sto capendo niente!"
Ok. Tranqui!! Ci provo in modo più lineare.
Se volere significa chiedere, lamentarsi, protestare, rompere, violentare, sfruttare, maledire o benedire, conquistare, sedurre, lodare e cose del genere, alla lunga la volontà si indebolisce. La forza di volontà diventa così ingegnosa, così potente (volere è potere, qui si capisce) da non godere più di niente se non di se stessa. Volere diventa volere se stessi. Ottenere se stessi.
Se volere significa invece desiderare il bene, ecco aprirsi un terreno fecondo. Il bene che si desidera si propone come godimento e come pazienza. Come godimento perché il bene è bello. Come pazienza perché il bene si patisce (Ricordo a tutti Domenico Savio che risponde a don Bosco "Patisco qualche bene". Fatevi raccontare dai vostri salesiani, salesiane e animatori vari). Patire il bello che si desidera è l'unica via per rafforzare la volontà. La pazienza è l'unica virtù che possiamo coltivare per accettare ciò che di bello riceviamo da chi ci dona un bene. La pazienza permette anche di sopportare il male nidifica, da parassita, sul bene. La pazienza è la virtù dei forti. I forti sono quelli che ottengono quello che vogliono. I forti non vogliono i loro sogni, però. In genere inseguono i sogni di chi vuole per loro il bene, di chi vuole loro bene. I forti sono deboli: ricevono da altri ciò di cui godono,sono innamorati, guardano altrove, dipendono da uno sguardo di cui si fidano e che mostra loro il buono, il bello, il giusto.
Gesù è vissuto così. Non ha inseguito un mondo all'altezza dei sogni che aveva perché non aveva sogni suoi. Sognava di poter patire il bene che aveva conosciuto (toh, Domenico Savio), sognava che fosse vero il sogno che veniva in lui dalla voce di un altro (toh, don Bosco). Voleva poter essere un buon Figlio di Dio.
Ecco! Ora sì che: volere è potere. Ma potere è patire. Chiaro che volere è patire.
Il bello della vita. Chi ha paura pianga e chieda al Padre, verrà ascoltato.
Buona vita! Alla prossima
(Se avete da domandare, da contestare, da chiarire vorrei poter patire il vostro bene : )
mer
02
nov
2011
di don Flaviano
E' giunta l'ora di dirci due parole. Sto bene. Queste sono le due parole. Il resto sarà un commento a tratti superfluo.
La foto che introduce il post del 3 Luglio è proprio mia. Chi l'ha inserita (io penso di sapere chi è perché c'è un solo testimone di quella giornata in montagna) non ha scelto a caso: ho tentato la sorte, infatti, e mi sono avventurato su vie incerte per bussare in Paradiso. Non mi hanno fatto entrare. E sono tornato indietro.
Ora sono qui con il gusto di prepararmi meglio, di lavorare ancora per le persone che incontrerò e con le persone che incontrerò, di maturare di più per la prossima occasione.
Devo confidare che è stato un vero momento di grazia. Ho riconosciuto la voce di tanti giovani: alcuni dicevano "Portaci con te"; altri "Non andare"; altri ancora "Perché vai?"; tutti "Ma cosa sta succedendo?"
Stava succedendo la vita.
Se vivi cadi, caro giovane. E il trucco non è quello di riuscire a non cadere ma di imparare a cadere per qualcuno. Se sai per chi cadi non rinunci a cadere: fa male ma lo affronti. E se cadi per il bene di qualcun altro allora verrai anche risuscitato. E così mi sento io. Risuscitato. Non perché non sono morto o non sono gravemente malato ma perché sono mandato di nuovo, e meglio di prima, ad annunciare la vita vera, quella che affronta le cadute in bici, rischia la morte, ma lo fa per qualcuno che lo merita: per i giovani che meritano l'amore perché sono figli di Dio.
Sentite qui: "Quando avverrà che un salesiano soccomba e cessi di vivere lavorando per le anime, allora direte che la nostra congregazione ha riportato un gran trionfo e sopra di essa discenderanno copiose le benedizioni del cielo. (Memorie Biografiche XVII,273).
Cosa faranno tantissimi giovani che accetteranno di lavorare, di soffrire, di lottare fino anche a morire se le situazioni saranno avverse per il bene di altri giovani? Annunceranno il Vangelo della Salvezza che ha annunciato Gesù. DA MIHI ANIMAS, CAETERA TOLLE: ecco il desiderio di don Bosco. Dammi le anime il resto non mi interessa.
E le anime sono cresciute, con questa caduta. Il viaggio perso il Paradiso, quella camminata in solitaria su una montagna imbiancata, ha portato frutti come doni dal cielo: abbiamo imparato a pregare insieme, a piangere e gioire insieme, a soffrire, a sperare, a domandare, ad attendere e, ora, impareremo anche a capire insieme. Abbiamo gustato l'affetto del Papa, del Rettor Maggiore, di tutte le suore del mondo, della compassione degli amici e anche di quella dei nemici, dei medici, delle infermiere, dei pazienti con cui ho sofferto insieme. E' in questa debolezza che abbiamo scoperta la potenza della fede nell'unico, vero Signore. Che non è la medicina, non è la fortuna, non è il destino, ma è Dio Padre, Figlio e Spirito Santo: quel Signore che ha ispirato tutte le persone a cui io, per primo, devo un grande riconoscimento.
E tutto ciò è accaduto nel più piccolo tra i campi del MGS: il più sconosciuto ma d'ora in poi quello più prezioso. Quello in cui abbiamo tutti imparato cosa significa vivere e cadere per gli altri. E pensare che era intitolato: DI MIRACOLO IN MIRACOLO.
Ci siamo detti due cose. Sto bene. E non solo perché non sono malridotto. Il fatto è che la passeggiata verso il Paradiso e ritorno mi sembra un dono della Grazia.
Alla prossima, buona vita.
mer
02
nov
2011
di don Flaviano
Sono pronto a scrivere di nuovo. Per l’ennesima volta riprendo il tentativo di avere un ritmo regolare. Speriamo bene.
Il 1° Novembre è il giorno in cui festeggiamo tutti i Santi. E’ stata una bellissima festa nella comunità salesiana in cui sono ospite in questo momento. La preghiera comune, la celebrazione con le persone fedeli alla missione educativa comune, un gradito pranzo, la visita agli amici dell’Ospedale in cui sono stato, l’assenza di campionati – gran premi – mondiali e quant’altro, il ricordo dei confratelli defunti a Macerata, una ottima partita a Risiko con i confratelli più giovani... tutto ha contribuito a rendere grazie nel modo più confacente a noi che siamo consacrati dal Signore.
Tutto è girato intorno all’idea fondamentale che stiamo percorrendo un cammino, fatto di tante cose, diretto al Paradiso, casa dei Santi. E la gioia è stata questa: ricordare il nostro destino vero: creati per il paradiso.
Capita spesso che ciascuno di noi, preso dalle urgenze della vita quotidiana, si trova perso lungo la via che sta percorrendo. Le feste servono proprio a questo: a recuperare l’idea di un percorso pieno di senso. E di feste ce ne sono molte (la sapienza cristiana della Chiesa!) durante il mese: almeno una a settimana, la Domenica. Se riuscissimo a viverle con fermento!
Ieri per esempio è stato il modo migliore per introdurre il ricordo di oggi: quello dei defunti (anche qui, sapienza della Chiesa!). La morte è lo spauracchio di ogni uomo sulla faccia della terra. Tranne di quelli che credono autenticamente nella possibilità del Paradiso. Ma cos’è ‘sto Paradiso?
Siamo purtroppo incapaci di concentrarci su quali siano le vere bellezze della vita, altrimenti lo capiremmo subito cos’è il Paradiso. Siamo presi dal desiderio di non soffrire e non vedere la sofferenza, dal desiderio di avere i beni necessari ad apparire persone ammirabili, dal desiderio di sentirci amati come vogliamo noi, dal desiderio di costruire il mondo come lo vorremmo noi, dal desiderio di conquistare la fama e da altre forme del desiderio che derivano più o meno da quelle che ho espresso qui. Se lasciassimo spazio all’unico desiderio, che li fonda tutti ed è poi costretto a deperire quando i suoi pargoli - le sue creature – si trasformano dietro vere e proprie perversioni, ci troveremmo di fronte alla più grande delle verità: siamo in vita per vivere nell’eternità.
Il desiderio fondamentale è conoscere il Padre. Egli solo può dischiudere il senso della domanda che tutti portiamo nel cuore. “Perché mi trovo a vivere le gioie e i dolori (mai solo le une o solo gli altri, stiamo attenti) di questa vita misteriosa?” Questa domanda risolve le altre domande e l’eventuale risposta risolve le altre risposte: ecco perché il desiderio fondamentale è quello di conoscere il Padre nostro che è nei cieli. Un canto diffuso ma un po’ datato mi ha insegnato ad esprimermi così: “Fare insieme agli altri la tua strada verso Lui, correre con i fratelli tuoi... Scoprirai allora il cielo dentro di te!” Eccolo il Paradiso da conoscere e da desiderare. Ancora “Vivere la vita e generare ogni momento il paradiso, è quello che Dio vuole da te...” Eccolo il Paradiso! Vi lascio in fondo il testo della canzone del Gen Verde a cui mi riferisco e un link con cui ascoltare il brano; vorrei però concludere con l’origine di tutto.
Gesù, il Figlio, dice: Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10,30). Per questo affronta la sua missione di salvatore degli uomini fino alla morte, che teme, ma di cui non è schiavo. Non c’amore più grande – dice Gesù – che dare la propria vita per gli amici (Gv 15,13): ecco perché egli è amato dal Padre e dai fratelli. Ha amato il Padre e i fratelli a partire dalla consapevolezza che il Paradiso da cui viene e a cui torna è l’amore primigenio del Padre.
I Santi sono tutti santi perché sono tutti morti bene, vivendo il Paradiso a cui erano chiamati senza restare schiavi della paura del dolore e della morte (che restano come sfide ineliminabili).
Tutti Santi perché tutti morti bene. Tutti morti bene e, quindi, tutti vivi in eterno. Preghiamo perché noi e i nostri morti possiamo affrontare bene questo momento della vita.
Alla prossima!
Vivere la vita
con le gioie e coi dolori di ogni giorno,
è quello che Dio vuole da te.
Vivere la vita
e inabissarti nell'amore è il tuo destino,
è quello che Dio vuole da te.
Fare insieme agli altri la tua strada verso Lui,
correre con i fratelli tuoi...
Scoprirai allora il cielo dentro di te,
una scia di luce lascerai.
Vivere la vita
è l'avventura più
stupenda dell'amore,
è quello che Dio vuole da te.
Vivere la vita
e generare
ogni momento il paradiso
è quello che Dio vuole da te.
Vivere perché ritorni
al mondo l'unità,
perché Dio sta nei fratelli tuoi...
Scoprirai allora
il cielo dentro di te,
una scia di luce lascerai.
Vivere perché ritorni
al mondo l'unità,
perché Dio sta nei fratelli tuoi...
Scoprirai allora il cielo dentro di te,
una scia di luce lascerai,
una scia di luce lascerai.
dom
03
lug
2011
Luglio 1846 - Don Bosco giace in una stanzetta, più bianco delle lenzuola. “Infiammazione polmonare violenta". Margherita cava la corona del Rosario e un grosso fazzoletto dalla tasca della veste. Con la destra asciuga a Giovanni il sudore, con la sinistra sgrana il Rosario, e ogni tanto dice: “Madonna santa, l’ho consacrato a te. Non farmelo morire”.
Presto si accorge di non essere sola a pregare. I poveri ragazzi dell’Oratorio si stanno passando la notizia:
“Don Bosco sta morendo!”. E alla sera Mamma Margherita vede arrivare gruppi di ragazzi miseri. Hanno ancora gli abiti imbrattati dal lavoro. Li vede piangere, pregare con le parole dei poveri: “Signore, non fatelo morire. Se muore, chi penserà a noi?”.
Mamma Margherita capisce il bene grande che suo figlio sta facendo.
Più la sera avanza, più ragazzi si affollano alla porta. Don Bosco li sente, e prega sua madre di aprire le porte. “Almeno – dice – morirò assistito da voi”.
Margherita vede in un istante il letto di suo figlio assiepato di ragazzi. I più piccolini si alzano sulla punta dei piedi e dicono: “Don Bosco, sono qui!”.
La Madonna ascoltò quei ragazzi e la mamma di Don Bosco. Nelle sue Memorie egli scrisse: «Era un sabato sera, e si credeva quella notte essere l’ultima di mia vita. Invece presi sonno. Quando mi svegliai ero fuori pericolo».
Margherita vide scoppiare la gioia tra quei ragazzi come un fuoco di artificio.
In questo momento tutto il movimento giovanile dell' Italia Centrale è unito nella preghiera. Forza dFla!
dom
12
giu
2011
di don Flaviano
Sono uomo (questa la traduzione del titolo) oppure donna! L'essere umano viene concepito uomo o donna. La genetica lo conferma (le eccezioni sono eccezioni). La cultura dominante dubita. Anzi, ormai lo nega con una certa tranquillità. E propone l'idea che esistano persone che nascono come terza ipotesi (maschi, femmine e...) per poi dare il via alla quarta, alla quinta, alla ennesima ipotesi. Vorrei dire due parole su tutto ciò.
Quello che mi spaventa non è l'omosessualità o le persone omosessuali. Quello che mi spaventa sono le dittature culturali. Oggi non è socialmente accettato affermare che l'omosessualità possa essere riconosciuta come una difficoltà relativa all'identificazione sessuale. Si possono portare anche argomenti incontrovertibili ma quanto più lo sono tanto più emergono attacchi generici di omofobia, di discriminazione e di violenza verbale o, peggio, fattuale.
Io rivendico la possibilità di esprimere opinioni. Penso che le istanze omosessuali derivino da tragedie interiori irrisolte. Si può dire?
Per sostenere l'argomento riporto una testimonianza che è stata pubblicata su La Bussola Quotidiana.
Luca di Tolve, oggi quarantenne e sposato con Teresa, gestisce il gruppo Lot, associazione che difende l'identità di genere e offre supporto a chi porta dentro di sé ferite e dipendenze a livello emotivo.Nel suo libro «Ero gay. A Medjugorje ho ritrovato me stesso», edito da Piemme, racconta la sua storia e la sua esperienza all'interno di Arcigay, storica associazione che, si legge nel suo statuto «si propone di promuovere e tutelare il diritto all’uguaglianza tra ogni persona sia essa gay, bisessuale, lesbica, transessuale o eterosessuale».
Di Tolve, che cosa è Europride ?
«Una manifestazione egocentrica, una pura ostentazione, una giornata di folle divertimento. Tutto quello che si fa normalmente nei punti di ritrovo la notte, viene riproposto nelle strade di giorno. Non è, come si vuol far credere, una battaglia sociale, ma solo un mettersi in mostra attorno all’unico elemento di coesione: il sesso. Per capirlo basta accedere al sito di arcigay.it, si trova una serie di locali, sparsi in tutta Italia, con la denominazione cruising, ovvero ricerca e offerta di sesso casuale, anonimo e vario. Nessuna associazione che promuove diritti si sognerebbe mai di organizzare un maxi festino per le strade, tranne i movimenti omosessualisti. Il loro unico scopo è sdoganare un modello di pensiero, negando tutti quelli che lo contraddicono».
In che senso?
«Non prendono nemmeno in considerazione l’ipotesi che una persona in un dato momento abbia un problema con la proprie identità sessuale, danno per scontato che la strada sia quella dell’omosessualità, e su quella indirizzano tutti, soprattutto i più giovani e i più fragili. Noi crediamo che l’essenza della persona non sia omosessuale, che ci possano essere delle tendenze, dei problemi psicologici, delle ferite, ma non se ne può parlare. Non si può dire nulla se non nel modo in cui Arcigay propone, perché subito si è tacciati di omofobia. Ma lo spettro dell’omofobia è una grande, gigantesca bufala. Omofobia significa avere paura, io non ho paura dell’omosessualità e nemmeno degli omosessuali: lo sono stato per 20 anni! Questo è soltanto un tentativo di zittire chiunque si permetta di esprimere un’opinione diversa».
Qualcuno potrebbe obiettare che alcune persone non si riconoscono nella propria identità sessuale biologica...
«Conosco bene questo stato d’animo, per averlo provato. Porta con sé un carico di dolore, di rabbia, di sofferenza inimmaginabile. Di fronte a questa sensazione di freddo smarrimento viene naturale avvicinarsi al mondo gay, e poi ne si viene travolti. Noi vogliamo offrire un’alternativa, con il gruppo Lot vogliamo dare voce alle persone che non si sentono in sintonia con quello che provano, andare incontro agli adolescenti che chiedono di capire cosa sta succedendo. Il percorso è lungo e complesso, ma bisogna essere chiari: siamo maschi o femmine. E la normalità è essere eterosessuali».
Quindi secondo Lei non ci sono diritti da tutelare per quanto riguarda gli omosessuali attraverso i GayPride?
«L’unico risultato di queste manifestazioni è il proliferare di locali dove si offre sesso. A me dispiace tantissimo perché so che i ragazzi più giovani ci credono davvero, e il loro entusiasmo viene alimentato di continuo, facendo loro credere che si cambierà il mondo, ma non è cosi’ e ai vertici lo sanno bene. E’ il sesso il motore del mondo gay, come in una sorta di cannibalismo ci si nutre di una cosa che non si ha. Ed è questo che personalmente ha fatto scattare in me un campanello d’allarme. Il sesso. Perché non esiste la fedeltà nel mondo gay, esiste la ricerca compulsiva di qualcosa che si vuole possedere, ma non la si ottiene perché ci si ostina a cercare nell’uguale a noi. Non esistono persone serene, o piene, nel mondo gay. Al contrario quando l’individuo scopre il mistero della complementarità, tutto acquista una luce diversa… ».
Quale è stata la molla che Le ha fatto pensare che qualcosa non andava nel mondo gay?
«Ad un certo punto, dopo anni di ricerca sfrenata, non solo non avevo trovato nulla, ma non avevo nemmeno capito bene cosa stavo cercando, e nemmeno se lo avrei trovato mai. Esausto, mi sono fermato, ho staccato. Poi ho scoperto che c’erano altre possibilità: con grandissimo stupore e altrettanta sofferenza ho scoperto una cosa che nessuno, in 20 anni di Arcigay mi aveva mai detto, e cioè che potevo diventare eterosessuale. Perché non me lo avevano detto? Mi hanno rubato 20 anni di vita. Ho cominciato a leggere i libri di Ncolosi, psicoterapeuta americano, che da anni negli Stati Uniti si occupava di terapia riparativa. Non sono stato convinto da subito, ma ho voluto tentare anche quella strada. Ho capito che la mia vita era cambiata quando ho cominciato a percepire la profondità del mistero della complementarità, e ho sentito dentro di me un desiderio, che nessuno mi aveva detto che avrei potuto sentire: quello di essere padre. Fino ad allora nessuno mi aveva mai detto che avrei potuto generare una vita».
ven
03
giu
2011
di don Flaviano
Guardarsi allo specchio è bello. Se ti sembri bello è bellissimo. Se ti sembri brutto è bello perché puoi immaginare le correzioni da fare, i tempi e i modi per farle. Lascio ai romanzi le esemplificazioni.
Guardarsi allo specchio è indispensabile per crescere bene. Devo potermi chiedere: "Come sono fatto, chi sono, come appaio?" Devo poter riflettermi per riflettere. Da adolescenti si passano molte ore davanti allo specchio (contare per rendersi conto).
Il mese di Maggio si chiude con la festa della Visitazione. E che c'entra?
Maria va da Elisabetta. Gesù va da Giovanni. Cominciate a capire dove vado a parare? Seguitemi.
Maria porta nel cuore una domanda semplice: ma cosa sta succedendo? Madre dell'Altissimo? Incinta? Cose grosse. Benedetta tra le donne? Piena di Grazia? Ma chi sono, io, veramente? Possiamo immaginare che Elisabetta si muova sulla stessa lunghezza d'onda.
Quando si incontrano si riconoscono, certo. Ma lo fanno scoprendosi mentre ascoltano. Nel vangelo di Luca Elisabetta sa chi è Maria perché ascolta il suo grembo. E Maria riesce a parlare di sé (unica volta nel Vangelo) perché ascolta Elisabetta che la accoglie come una regina.
Potremmo dire che l'una si specchia nella storia dell'altra. Due donne, vicine, parenti si mettono una di fronte all'altra e scrutando il volto dell'altra ammirano la bellezza della propria storia.
E che dire di Gesù e Giovanni? Il Battista riconosce Gesù nel grembo come avverrà al battesimo. Ma è Gesù ad andare da lui: nel grembo come al battesimo. E Giovanni comprende se stesso come l'amico dello Sposo: sa chi è perché sa dove specchiarsi.
Vedete, cari amici, specchiarsi è inevitabile. Ma noi possiamo scegliere lo specchio. Possiamo rifletterci su una superficie piana con determinate caratteristiche chimiche: vedremo l'immagine di una persona nella cui profondità degli occhi non scopriremo nulla di più di quello che sappiamo. E possiamo rifletterci negli occhi di una persona che ci guarda e riconoscerci nello sguardo con cui ci guarda. Qui riceveremo sorprese!
Se quella persona, poi, è Gesù... allora avremo uno sguardo puro e trasparente a cui affidarci. Perché poi il problema è questo: affidarsi ad uno sguardo torbido che ci guarda significa sporcare l'immagine su cui riflettiamo. Ecco perché don Bosco difendeva la teoria delle buone amicizie: fatti guardare da occhi limpidi, altrimenti rischi di rovinarti.
Maria scopre la sua unicità specchiandosi in Elisabetta. E viceversa. Giovanni in Gesù. E viceversa. Ciascuno a suo modo, salvaguardando le differenze. (Gesù non è come Giovanni e Maria non è come Elisabetta)
Mentre finisco di scrivere mi viene in mente che ci sono due donne che portano in grembo due uomini... la cosa mi incuriosisce. Ci penserà sopra e poi vi farò sapere.
Intanto vi invito a leggere, quando avete tempo, anche questa cosa qui, sempre sullo sguardo e sul guardarsi.
A presto e ... buona vita.
mer
18
mag
2011
di don Flaviano
... perché non fate parte delle mie pecore. Dice Gesù. (Gv 10,22-30)
Frase da capire. Gli chiedono di dire apertamente se egli sia o non sia il Messia. Ed egli risponde di averlo già detto (più volte, aggiungo io) e di averlo mostrato ma essi non credono. E non credono perché non sono tra le sue pecore. Quindi? Per credere in Gesù occorre essere già del gregge? Nessuna aggiunta, nessun nuovo ingresso. Solo chi è già suo può credere. Messa così la faccenda è comoda solamente per quanti si sentono già al sicuro nell'ovile e per quanti non ci vogliono entrare. Molto scomoda, invece, per i credenti veri. Occorre approfondire!
La vita si gioca sempre su due tempi. Guardate. Primo tempo, si nasce. Secondo tempo, ci si accetta. Tutti noi abbiamo dovuto scegliere di essere noi stessi, anche se questo non significa che possiamo essere chiunque vogliamo. Nella realtà profonda delle cose possiamo solo promuovere o respingere la storia, già iniziata, - la nostra - che ci troviamo tra le mani. Promuovere significa accogliere e costruire. Respingere significa rifiutare e distruggere. Le vie per costruire possono essere molte ma tutte richiedono fedeltà alla storia già iniziata che non può essere tradita può essere solo maturata. Molto meno numerose le vie per distruggere: la creatività, sappiamo, non appartiene a chi dice no.
Proviamo con un altro esempio. Primo tempo, l'amore ti colpisce. Secondo tempo, l'amore devi costruirlo. Tra i due tempi: devi accettare (accogliere) di essere innamorato senza che tu lo possa decidere. Allora potrai scegliere il destino del tuo amore. Ci fermiamo con gli esempi ma potrei andare avanti per molte righe ancora. (Provare per credere)
La vita, quindi, si gioca in due tempi. E così anche la fede. La fede infatti è semplicemente la vita che accetta se stessa come dono ricevuto, cerca il donatore si affida a lui e matura in questo legame.
Come può Gesù rivelarsi a chi crede di stare al mondo indipendentemente da lui? Non può. E come possono coloro che credono di stare al mondo indipendentemente da Gesù accettare se stessi e costruirsi. Non possono.
La vita senza Gesù è un interminabile - be', diciamo lunghissimo - primo tempo. Senza secondo tempo. Qualcosa che inevitabilmente diventa pesante e noioso. E termina incompiuto.
Chiunque, scrutando il tessuto della propria vita, avverte che c'è una trama di cui ci sfugge il motivo ultimo. Chiunque almeno una volta avrà alzato gli occhi al cielo e avrà invocato un time out: "Ok, fermi tutti. Qualcuno mi spieghi cosa significa questo?"
Ecco in questo preciso istante non si appartiene ancora al Suo gregge ma quasi: manca il passaggio dal "qualcuno" al "Gesù". La frase dovrebbe suonare così: "Ok, fermi tutti. Tu, Gesù, spiegami cosa significa questo?" (Il tono da insegnante dispotico è facoltativo).
Ora, sì, appartieni al suo gregge. Hai riconosciuto che Egli è già all'origine del tuo primo tempo. Dopo la pausa la tua vita riprenderà con Lui accanto: potrai vedere ciò che prima non vedevi perché non l'avevi ancora accolto per ciò che era veramente: un invito creato apposta per te!E il secondo tempo non sarà la fine: ci sarà il terzo... tempo.
Si gioca a Rugby allora? In un certo senso... Il terzo tempo regbistico è una buona metafora per indicare la festa senza tempo.
Semplice il vangelo, no? E semplice la vita.
Coraggio voi che volete credere.
gio
12
mag
2011
di don Flaviano
Perché mi sono commosso?
Martedì pomeriggio ho assistito, con sorprendente partecipazione, ai chilometri finali della tappa Rapallo - Livorno del Giro d'Italia. E' stato molto bello. Mi chiedo perché. Non è lo sport un mondo finto, ormai? Non è il doping il signore delle corse? Non è il vile interesse commerciale a dettare legge? Si, ma...
Sul Giro, lo sappiamo tutti, si è aperto l'abisso. E' calato il silenzio. Gli occhi si sono sgranati. Lo sguardo si è alzato al cielo. Poi gli occhi si sono abbassati. Umidi. Il cuore vuoto. Lo sguardo vuoto. La mente vuota.
I telecronisti colti dal desiderio della fuga. Un senso di assurdo pervade l'etere: nelle case giunge, materializzato, ciò che la TV non trasmette. Giunge, improvviso, il senso della vita.
Che sia la morte a portarlo non è cosa strana. Don Bosco, saggio educatore, permetteva ai suoi giovani di fare ogni mese l'esercizio della buona morte ("se domani dovessi morire..."). La morte è questo squarcio nel fondale che noi tutti costruiamo per allestire la scena della nostra vita. Ma, appunto, passa la scena di questo mondo (1 Cor 7,31).
Al Giro, però, gli uomini si sono ritrovati insieme a vivere questa brutta storia. Sia chiaro, non solo al Giro gli uomini si trovano a vivere insieme intorno a storie belle o brutte che siano. Ma dal Giro, lo ammetto, non me lo aspettavo.
Ebbene! Al Giro gli uomini hanno messo in scena una cerimonia collettiva di riflessione: il silenzio da vuoto si è fatto pieno. I ciclisti hanno attirato la gente, la gente li ha accolti. Tutti appesi ad uno di loro che stava salendo in cielo.
Il coraggio di parlare della morte di uno di loro, con il linguaggio che avevano a disposizione mi ha colpito, profondamente. Hanno pedalato insieme, in silenzio per lo più, dandosi il cambio nella guida della comitiva, non guardando in faccia nessuno e portando tutti nel cuore. Splendida scena di solidarietà!
All'arrivo, tutti dietro la squadra di colui che era nei pensieri di tutti. Poveri giovani ciclisti! Grandi proprio sull'abisso della morte.
E' stata una bella scena di vita vera. Non credo che fossero gli sponsor a comandare, Martedì. Nè l'ambizione. Nè la fama. Credo fosse il desiderio degli uomini di essere guidati nel mistero della vita e della morte.
Allibiti, gli uomini si sono stretti intorno a quello che avevano in comune - una tappa del Giro - e l'hanno resa una processione.
Io l'ho conclusa in cappellina: ho chiesto al Signore parole da offrire a tutti quegli uomini e quelle donne che ancora ammutoliscono di fronte alla morte e in processione chiedono di poter sperare nella vita.
Mi sono commosso per questo, credo. Perché l'uomo chiede ancora - e lo sa fare bene - parole di vita eterna, quando si trova, insieme, sull'orlo dell'abisso.
gio
05
mag
2011
di don Flaviano
Se mi metto a pregar un po' con Domenico Savio mivengono sempre belle idee. Ve ne racconto una.
Il Signore ci ha pensati santi. Questa cosa mi mette gioia! Il Padre, Gesù e lo Spirito Santo ci hanno pensati per vivere con loro, come loro. Cioè: ciascuno di noi è quella persona che con la sua propria storia (che nessuno gli può togliere: è una storia garantita) e con nient'altro può finire a vivere con il Signore, in Paradiso. Questa cosa mi sorprende sempre...
Ci sono elementi che ci rendono tutti uguali. Sono gli elementi essenziali: tutti abbiamo una data di nascita, una famiglia, una faccia, una casa, un carattere e così via. Ma solo io ho la mia data di nascita, la mia famiglia, la mia casa, il mio carattere e così via... tutti uniti insieme. Magari condivido la data di nascita con qualcun altro o la famiglia, o la casa ma, diciamo, la mia combinazione complessiva è unica.
Bene. Come faccio a mantenerla unica? Come posso vivere questa unicità e renderla veramente originale? Come posso evitare di farla degradare verso una condizione anonima in cui tutto diventa indistinto: una data uguale ad un'altra, una famiglia uguale ad un'altra, una casa uguale ad un'altra ecc...?
La normalità, se ci pensiamo bene, può uccidere le persone. Girala come vuoi ma la vita di ciascuno rischia di diventare una pericolosa riproduzione di altre vite. Un enorme processo di "copia e incolla". Chi garantisce la nostra unicità?
Che l'originalità sia un desiderio inestinguibile lo dimostrano i ripetuti tentativi di ciascuna persona di rendersi se stessa e niente più. Quando la sfida diventa impossibile generalmente o si diventa ribelli fino alla dissoluzione di sé o si accetta di essere la copia di altre copie. O il leone o pecora ma mai se stessi.
E' qui che mi aiuta Domenico. Il tentativo tenace di cercare il Signore per sapere come lo aveva pensato: che bella missione ha accettato questo adolescente. E ha vinto! Questo è il bello. Ha voluto sapere a rischio della vita (la morte ma non il peccato) chi fosse veramente il Domenico voluto dal Signore (Domenico significa "del Signore"). Lo ha chiesto, lo ha chiesto, lo ha chiesto e richiesto. E lo ha ottenuto.
Domenico Savio è unico. Il Signore lo ha pensato così: capace di illustrare a tutti gli adolescenti come si possa restare unici al mondo. La santità come desiderio di unicità e di comunione. Perché Domenico è diventato santo stando con gli altri ragazzi del suo ambiente. Nessuno infatti può camminare da solo.
Ma di questo parleremo un'altra volta. Oggi mi basta sottolineare questo: la normalità può diventare una prigione. Non è un male di per sé, figuriamoci, ma solo se la viviamo come umiltà: l'umiltà di essere come il Signore ci vuole, cioè santi. Fuori di qui la normalità diventa piatta. Non lo auguro né a voi né a me.
Maria ci conceda il suo sguardo premuroso nel quale potremo trovare la forza della nostra originalità.
Buona festa di Domenico Savio.
lun
31
gen
2011
Oggi è la festa del nostro “Padre Maestro e Amico San Giovanni Bosco”! Vogliamo augurarvi di vivere questa giornata col cuore puro e colmo di allegria, uniti in Gesù Eucaristia e impegnati nel vostro studio e lavoro quotidiano, riconoscendo la bellezza dell’APPARTENENZA al MGS e ricordando l’incontro fatto 1-2-3… 10… anni fa! Un incontro che ha cambiato la nostra vita e che ti porta a Gesù. Vicini nella preghiera per crescere insieme, giovani, salesiani e salesiane sulle orme di d. Bosco verso la santità. BUONA FESTA!
… E intanto una domanda per voi, per condividere con chi conosci e chi no, un pezzettino di strada: dove hai incontrato don Bosco per la prima volta? Quale il suo dono più grande? (clicca qui per il commento)
ven
07
gen
2011
gio
23
dic
2010
lun
01
nov
2010
1 Novembre 2010, Festa di Ognissanti
Carissimi Giovani,
Vi saluto con il cuore don Bosco. Lui sa come vorrei essere con voi in questo giorno. Vorrei godere della vostra presenza, della vostra amicizia. Vorrei condividere la vostra vita, la vostra gioia e la vostra preghiera. L’Ispettore don Alberto vi avrà detto come sono sommerso da impegni in questo momento. Questa volta proprio non ce la faccio, ma intendo accontentarvi in una prossima occasione. E’ una promessa!
In questo mio messaggio vorrei dirvi quello che mi sgorga dal cuore, pensando a voi con il cuore di don Bosco.
Prima di tutto vi dico, con tutta la gioia e con tutto l’affetto che mi porto dentro, “che vi voglio molto bene”: Voi, ragazzi e ragazze, voi Giovani, siete la ragione più grande della mia vita. Come Successore di don Bosco io vi porto nel cuore. Credo in voi, sogno con voi, prego per voi. Giovani vi voglio bene!
In secondo luogo vi voglio rivolgere un incoraggiamento. Sono informato dello splendido meeting che avete vissuto in Firenze. Il mio invito è questo: abbiate fiducia in voi stessi. La vostra vita è un grande tesoro. Siete pieni di energia, pieni di doti. Pieni di sogni, pieni di ideali. Voi potete fare molto. La vostra più grande felicità sarà spendere la vostra vita per realizzare un sogno, per un ideale grande.
In terzo luogo vi invito ad accogliere il Maestro della vita, il Signore della felicità, il vincitore di ogni morte, il Signore Gesù. Cercatelo e ascoltatelo. Egli sazierà ogni sete di felicità. Vi accompagnerà lungo il cammino, vi guiderà con la sua Parola, vi rivelerà il segreto della vera libertà. Farà di voi uomini e donne pieni di vita e pieni di gioia. Veri annunciatori di un mondo nuovo.
In questa Festa dei Santi, carissimi giovani, mi trovo a sognare e vedo tra voi una ragazza giovane e bella. Il suo nome è Maria. La vedo nella sua giovane età. Giovane tra i Giovani. Nell’età il cui il messaggero Le ha chiesto una piena disponibilità per essere la Madre di Dio. Guardate a Lei. A lei giovane in ricerca della volontà di Dio, a lei giovane disposta a vivere secondo il progetto di Dio, a lei discepola che guida altri discepoli. Essa è la vostra amica, essa è il vostro modello. Di più è la vostra Madre e vi vuole fare partecipi del suo canto di gioia. Vedo tra voi altri giovani. Il giovane Giovanni Bosco, studente e lavoratore a Chieri che si fa dono in tutto ai suoi compagni. Vedo Piergiorgio Frassati, , testimone convinto e apostolo nell’università, vedo tra voi Maria Domenica, affascinata dal carisma di don Bosco e pronta a vivere una donazione piena nell’apostolato, vedo Domenico Savio, vedo Michele Rua e tanti altri… Vedo voi! Vi vedo con gli occhi e con il cuore di don Bosco e sogno e prego… Vi voglio bene e perciò vi voglio felici, vi voglio buoni, vi voglio Santi!
In questa Eucaristia aprite e il cuore e consegnatevi a Dio. Non abbiate paura. Egli non delude, perché Egli ci ama e vuole la nostra felicità.
Vi abbraccio tutti, con tanto affetto.
P. Pascual Chávez V., sdb
Rettor Maggiore
ven
04
giu
2010
mgs Lazio, 31 maggio 2010
“Gesù attraverso lo sguardo di Maria”
Per chi frequenta assiduamente il Movimento Giovanile Salesiano sa bene quanto siano belle le veglie di preghiera. Per chi poi si sente salesiano fin dentro le ossa la preghiera mariana ha qualcosa di speciale.
Il luogo della preghiera è sempre lo stesso dei tempi di don Bosco: la Basilica del Sacro Cuore. Non poteva essere diversamente. Proprio sul secondo gradino della sacrestia don Bosco riconobbe negli occhi dei suoi giovani la Madonna, tanto che affermò con grande commozione “Ha fatto tutto la Madonna”. Da lì in poi don Bosco comprese la grandezza del suo sogno e della sua missione che circa settant’anni prima Maria gli disse.
I giovani accorsi alla preghiera mariana si sono tutti presentati con lo stesso desiderio nel cuore: comprendere il grande disegno che Dio ha per ciascuno di noi tramite lo sguardo e l’aiuto di Maria.
La parola di Dio che ci ha accompagnato è stato il brano del Vangelo di Giovanni sulle Nozze di Cana. Il primo miracolo di Gesù, la prima testimonianza pubblica della sua Divinità. Non per niente questo accade accanto alla madre. Gesù aveva bisogno della madre, Maria ha aiutato Gesù e ci ha fatto conoscere Gesù. Come la mamma accompagna il proprio figlio il primo giorno di scuola per dargli coraggio e conforto, così Maria accompagna Gesù nello stesso modo.
I tanti giovani che ascoltavano la parola cercavano nei loro cuori di rivivere lo stesso sentire di Gesù; pregavano Maria affinchè anche loro possano essere accompagnati nella propria missione da Lei, madre e aiuto del mondo.
questo valeva ancora di più per i giovani partenti per le missioni del Vis; i nostri amici hanno ricevuto la croce missionaria con gli stessi sentimenti che furono di Gesù. Dopo un cammino di circa un anno si sono preparati per la missione di evangelizzazione in Angola e in Bolivia. Tutto l’MGS ha pregato per loro. Maria li protegga e li aiuti!
I simboli che ci hanno accompagnato sono stati l’acqua ed il vino in due giare: il Signore ci chiama ha cambiare la nostra acqua in vino. Come fare questo? Considerando la nostra vocazione! Come? Nell’impegno quotidiano! Come? Con la preghiera incessante a Maria, aiuto dei Cristiani.
Eravamo tanti, volevamo essere tanti, avevamo voglia di essere e di stare in MGS. Le nostre novizie FMA ci hanno accompagnato nei canti, Don Francesco Marcoccio ci ha guidato nella preghiera e Sr Maria Papa ci ha sostenuto, come una mamma, come sempre, nella preparazione.
Anche questa volta il clima di famiglia, tanto caro a don Bosco, non è mancato. La preghiera è stato l’inizio della festa, animata dal gruppo musicale dell’oratorio di Maria Ausiliatrice. Non poteva ovviamente mancare il pane e salame, anch’esso tanto caro a don Bosco. Ovviamente, essendo cambiati i tempi, abbiamo aggiunto una piccola variante: la mortadella. Chi sa se esisteva ai tempi di Valdocco?
Quante impressioni:
Stefano, prenovizio sdb: << Maria è la nostra guida, la preghiera è anche bellezza di stare insieme. La missione di tutti è quella di portare Gesù ai giovani più lontani>>
Anna, novizia FMA: << conoscere Gesù insieme a tanti giovani è un cammino bellissimo>>
Michele, animatore del Borgo ragazzi don Bosco: << la gioia di ritrovare tanti amici e tante esperienze diverse con un unico fine ed un’unica fede, siamo parte di una stessa famiglia>>
Nicola, animatore del Borgo ragazzi don Bosco: << le preghiere MGS sono sempre belle e profonde>>
Marta, animatore del Borgo ragazzi don Bosco: << è bello vedere la famiglia salesiana riunita. Ti senti parte di un’ unica cosa. E’ importante condividere l’esperienza di preghiera, significa che si cammina insieme>>
Cristiana, animatrice oratorio San Giovanni Bosco: << le preghiere MGS sono sempre ben fatte e ricche di tanti spunti di riflessione. Sono una grande opportunità anche perché nei nostri ambienti di provenienza non sono spesso realizzabili>>
Don Paolo Cagliero, Sacerdote sdb partente per la missione in Bolivia: << tre gruppi di giovani si sono preparati a partire. Porteranno loro stessi. Il nostro spirito missionario ha anche superato i confino istituzionali. Ci sono tre giovani partenti che non provengono da parrocchie salesiane. Ci sono anche dei giovani aspiranti salesiani cooperatori. Una grazia di Dio>>
Era una serata così importante che senza dirlo a nessuno Sr Maria del Carmen Canales, delegata mondiale FMA per la pastorale giovanile, è venuta con noi. Una sorpresa stupenda. La sua presenza ci dice quanto sia importante il movimento. Ci lascia la sua buonanotte: << La vera missione è sempre vicino a noi, ovunque noi stiamo c’è sempre qualcuno da servire>>.
Preghiera MGS: Sempre ricca, sempre piena!
Tutto questo è Movimento Giovanile Salesiano!
sab
22
mag
2010
Cagliari, 19 maggio 2010
Oggi uno dei nostri ragazzi, Mattia, è entrato nella Vita vera, portato sulle spalle dal Buon Pastore e accolto in Paradiso insieme a Don Bosco. Siamo tutti stretti in un unico abbraccio, nella certezza che ci è data dalla fede in Gesù Risorto. Vogliamo anche noi, ragazzi del MGS, unirci nella preghiera per un ragazzo come noi ed essere vicini ai suoi familiari e amici, in un momento di così grande dolore in cui la nostra fede è messa duramente alla prova...
Di seguito proponiamo una serie di link l sito dell’Istituto Salesiano Don Bosco di Cagliari, per continuare a pregare e riflettere:
sab
15
mag
2010
Se mi fermo a pensare al fatto che la gran parte dei giovani oggi è convinta che si possa vivere con o senza Gesù, a scelta, divento un po' triste.
C'è un modo di ragionare che si è infilato nelle nostre teste sussurrando piano piano che Gesù sia una "cosa" che serve, ad alcuni, per vivere meglio, ma non a tutti: con qualcuno funziona ma c'è pure chi ce la fa senza. Una specie di ricostituente; un "aiutino"; un "rinforzino". C'è chi ne ha bisogno e chi no. Chi lo ha provato e non lo lascia più e chi non ne ha mai sentito il bisogno.
Messa così non rende tristi anche voi?
In realtà sarebbe bello mostrare che Gesù è l'unica via per compiere un fatto semplice e allo stesso tempo improbabile: salvarsi! Da cosa? Cosa è che rischia di andare perso nella vicenda umana di ciascuno di noi? Noi stessi.
Vedete, cari ragazzi, ciascuno di noi si trova a dover credere a due possibilità non equivalenti: o noi siamo un accumulo di materia che produce intelligenza o noi siamo persone spirituali impastate di materia.
Se anche scegliessimo di essere la seconda delle ipotesi (sulla prima ora corro via ma ci torneremo in altri post) rimane sempre aperto un dilemma: come può lo Spirito conciliarsi con la carne? Come riusciremo a tenere insieme ciò che sembra inconciliabile? Come potremo non perdere l'unità di quello che in realtà sentiamo comunque nostro pure se a corrente alternata (una volta prevale l'uno e una volta l'altro)?
Come si può mangiare spiritualmente o pregare materialmente? Come si può amare spiritualmente e carnalmente insieme? Come si può vivere su questa terra camminando verso il cielo?
Se non troviamo risposta a queste domande siamo persi. CI sentiremo sempre irrimediabilmente divisi: in alcuni momenti drammaticamente legati alla materia con un'enorme nostalgia del cielo; e in altri momenti fragilmente lanciati nel cielo preoccupati di perdere il caro legame con la terra. Questa è la perdizione. Vivere divisi. Prigionieri della terra o esiliati in cielo.
Ecco Gesù è la via che tiene insieme tutto: Egli ci salva, ci porta a destinazione, ci traghetta nel giusto luogo. Egli è figlio dello Spirito di Dio e della carne di Maria. Egli è vero Dio e vero uomo. Egli è presente in cielo con il suo corpo carnale.
Gesù è il primo uomo a vivere in cielo con la sua carne. A chi lo segue concederà la stessa meta: la salvezza nell'unità di Spirito e Carne.
Abbiate fede, cari miei, cercate e troverete: in Gesù è il vostro corpo che viene salvato ed è il vostro spirito che viene reso concreto, visibile, tangibile e adorabile.
Buona Domenica dell'Ascensione: con il suo corpo siede alla destra del Padre.
A presto
don Flaviano
dom
25
apr
2010
Perché?!? C'è il rischio di andare perduti in eterno?
Il vangelo di oggi è breve e penetrante. Dice più o meno così: (Parla Gesù) "Io e il Padre insieme siamo troppo forti e chi sta con noi sta tranquillo. Il Padre, che comanda, mi ha affidato delle pecore, io le conosco, esse mi seguono e nessuno ci dividerà!" Fine del Vangelo.
Bello, no? La vita spesso sembra in pericolo: ferite, angosce, ingiustizie... la buona notizia è che apparteniamo a qualcuno, non siamo di Nessuno, siamo di Qualcuno.
Essere di qualcuno è proprio bello. Si, a volte possiamo credere che essere di nessuno è meglio: fai quello che vuoi. Il problema è che non è così facile sapere quello che vuoi quando sei di Nessuno: tipo capitan Sparrow, che ha la bussola magica pronta ad indicare la direzione giusta per raggiungere la meta agognata ma non agogna... anche la bussola non serve più.
La malattia che ci corrode dentro si chiama, in latino, NOLUNTAS; in italiano non c'è una parola sola bisogna fare un giro: non volontà di qualcosa di preciso. Sarebbe lungo stare qui a spiegare come avviene questa cosa e per ora fidati di quello che ti dico:
NON SA CHE COSA VUOLE CHI NON SA A CHI APPARTIENE!
Tutti siamo di qualcuno. Se non sappiamo di chi siamo non sappiamo cosa vogliamo.
Il Vangelo dice: tranquilli, appartenete tutti a me (parla Gesù) e io appartengo al Padre. Siamo tutti in una botte di ferro!
Il segreto, infatti, della vita è appartenere a chi ci vuole bene. Solo chi non ha trovato nessuno che gli voleva bene ha potuto inventare che si sta meglio da soli, che è meglio appartenere a Nessuno.
Ecco, penso che questo sia il modo per perdersi in eterno: pensare che stare soli è meglio!
Con oggi ripartiamo con questa rubrica su scala più ampia. Vorrei essere regolare nel postare e puntuale nel rispondere. Tenetemi d'occhio: se mi sento di qualcuno la mia forza di volontà aumenta.
Buona Domenica e Buona festa della Liberazione: apparteniamo a quelli che hanno dato la vita per la libertà degli italiani. Ciao.
don Flaviano
lun
08
mar
2010
Nella sezione DISCUSSIONI della Pagina di Facebook del MGS Italia trovate delle domande, una per ogni discussione aperta. Di seguito trovi il link di collegamento alle discussioni: http://www.facebook.com/pages/Roma-Italy/Movimento-Giovanile-Salesiano/33642582730?v=app_2373072738&ref=ts
Ti invitiamo a leggerle, farti incuriosire, stimolare, SCEGLIERNE UNA o più e...poi, RISPONDERE!
Bastano davvero 5 minuti della tua giornata per dare anche solo una breve risposta.
Noi ti consigliamo qualche modalità:
NON DIMENTICARE DI SCRIVERE LA RISPOSTA TUA O DEL TUO GRUPPO! Il MGS crescerà grazie al tuo contributo. Anche il più semplice.
Grazie a tutti per la partecipazione!
La Consulta Nazionale del MGS Italia
sab
12
dic
2009
Dispiace che certe notizie si possano leggere solo su Avvenire.
Due insegnamenti:
Fatemi il piacere di scrivere qualche commento: vorrei sapere cosa ne pensate.
QUESTO ci fa rabbia
per l'ingiustizia e QUESTO suscita innanzitutto compassione.
dom
06
dic
2009
Una promessa richiede fedeltà.
Mi sembra così evidente!!! Una promessa è l'impegno che uno prende per il futuro. Se non c'è fedeltà la promessa si svuota.
Se è vero che la vita nasce come promessa possiamo dire che cresce solo nella fedeltà. Ecco perché il tradimento è l'omicidio più concreto. Siete mai stati traditi? (Si) Allora capite cosa cerco
di mostrare. Avete tradito? (Si) Allora sapete quanto male si può fare alla vita quando ci si sottrae all'impegno.
Non si può mancare essere assenti laddove si è promesso di essere presenti: la vita muore. Il futuro cessa si essere speranza quando manca all'orizzonte il punto di riferimento, la vista si
confonde, le forze vengono meno, sale il panico, arriva il magone (cfr. post sull'angoscia).
Il tradimento è un tentato omicidio. Gesù muore per tradimento. E risorge per la fedeltà del Padre.
Fortunatamente la promessa che ci ha messo al mondo è stata solo mediata dagli uomini e il vero PROMESSO, la vera PROMESSA, il vero PROMETTENTE è colui che è la Vita stessa. In questo modo anche
quando siamo traditi, non restiamo uccisi: Egli è il fedele per eccellenza colui che fa le promesse al solo scopo di mantenerle, includendo noi nella loro realizzazione.
Cos'è la vita allora?
La vita è dovuta alla VISITA di una persona che PROMETTE ciò che vuole MANTENERE.
Cosa promette il promettitore?
Lo vedremo la prossima volta. Per ora fermiamoci un momento a meditare sulla fedeltà: mantenere ciò che è stato promesso, questo fa bene alla vita, questo è la vita.
A presto,
don Flaviano
ven
27
nov
2009
Ci siamo lasciati con la promessa di iniziare una riflessione sulla vita.
Non è un caso, però, che accanto alla promessa vi abbia lasciato un indizio sulla visita. Ogni vita, infatti, inizia con una visita. Il corpo di una donna è stato visitato: cercato, trovato, richiesto, concesso... visitato. Perché proprio quel corpo? Perché proprio in quel momento? Perché proprio io, da quella visita?
Se non vi siete mai fatti queste domande sappiate che sono le domande che animano ogni vostro desiderio e ogni vostro movimento. Qualsiasi cosa scegliamo di fare in realtà stiamo cercando risposta a queste domande. Sia che lo sappiamo (bene!) sia che non lo sappiamo (meno bene!).
Allora perché proprio lì e perché proprio così? Non è facile rispondere. Chiedetelo ai vostri genitori e li metterete in imbarazzo: non saprei dire - vi diranno - oppure vi racconteranno una lunga storia d'amore fatta di particolari apparentemente insignificanti e di grandi scelte piene di paura.
La verità è che essi stavano cercando la risposta alle stesse domande che, vi dicevo, animano ogni nostro desiderio. E in quella donna (parlo da padre) hanno intravisto una PROMESSA di risposta. La promessa credibile è ciò che da speranza alla vita. Quando uno vede innanzi a sé una promessa credibile ci si tuffa. E cosa promette questa promessa?
Promette la Vita piena. Noi inseguiamo le scelte che promettono di svelarci quale origine ha la vita che ci troviamo a vivere senza essere stati interpellati.
Dobbiamo la nostra vita alla vicenda di due persone che hanno intravisto nel loro incontro, in una visita, la possibilità credibile di svelare il mistero che sentono scorrere nelle loro vene: hanno dato fiducia ad una promessa che prometteva di dare un nome alla promessa che li aveva generati.
Siamo una promessa che va mantenuta: se sveleremo il mistero che ci ha generati anche i nostri genitori sveleranno il mistero che li ha generati... e così via fino all'infinito, fino all'origine. un viaggio a ritroso che va indietro in base al futuro, che guarda indietro e svela il mistero dell'origine man mano che va avanti.
La vita è una promessa che può essere mantenuta man mano che ciascuno dei partecipanti ci crede, si fida e manda avanti il mistero che genera tutto.
Pensate che danno quando la promessa viene tradita! Alcune cose non si sapranno mai, non si sapranno più se non nella vita di colui che è la Vita. Ma qui comincia un altro capitolo.
Per oggi questo basti: noi siamo frutto di una promessa che sta mantenendo i suoi impegni. Grazie a noi la promessa che ha generato l'amore dei nostri genitori si sta realizzando. Ogni uomo potrebbe dire alla propria donna: ecco perché ti ho visitato quel giorno. E lo potrebbe dire sempre meglio man mano che noi cresciamo bene e man mano che i figli crescono in numero e in qualità umana.
Alla faccia di quelli che riducono la vita al suo sostrato biologico: solo il 98% del dna dell'uomo è uguale a quello dello scimpanzé e il 2% basta a fare la differenza per cui io scrivo di queste cose, voi leggete e lo scimpanzé no.
A presto,
don Flaviano
Siamo