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  • Cesare Micozzi, Macerata

Dare Parola alla Fragilità

Ognuno di noi, alzandosi al mattino e guardandosi allo specchio, si trova di fronte ad un’immagine di sé che non corrisponde alle aspettative: c’è chi è scontento del suo aspetto, chi ha paura di non essere all’altezza, chi si rimprovera di essere incoerente. In sintesi, ognuno di noi, ogni giorno, si riscopre fragile. Tra i tanti spunti che custodisco nel cuore al termine di questo Campo Biblico, c’è un intervento di Alessandro D’Avenia che dice “Un uomo forte non teme di avere debolezze, perché sono parte della sua identità, amata da chi conta”. Spontaneo ed immediato è il rimando alle parole di San Paolo: “Quando sono debole, è allora che sono forte”. D’Avenia prosegue affermando “Su di lui (l’uomo che non teme di avere debolezze) puoi appoggiarti, sa prendersi responsabilità̀, sa sostenere il peso della vita, senza fuggire, anche se a volte piange perché la vita sembra schiacciarlo”. Confrontandosi con la Parola, si riconosce come questa sia esattamente la logica con la quale Dio ha scelto i protagonisti della lunga storia della Salvezza. Mosè era un assassino affetto da balbuzie e fu chiamato a guidare il popolo eletto nella Terra Promessa, Davide era il più piccolo tra i suoi fratelli, ma da gracile pastore è stato unto Re di Israele. Mi ha sorpreso scoprire come queste fragilità siano un elemento strutturale della nostra natura, quanto ci rende pienamente umani. Dio stesso, al momento della creazione di Adamo, ha posto un divieto e gli ha tolto una costola, ovvero ha segnato dei limiti. Con questa finitezza, non ci ha voluto rendere manchevoli per sadismo, ma ha piuttosto instillato in noi il desiderio di Infinito e la consapevolezza di non poterci autodeterminare, di avere bisogno di qualcuno che si prenda cura di noi e di qualcuno di cui prenderci cura. Mi piace immaginare San Francesco camminare tra l’erba alta attorno la chiesetta di San Damiano, mentre loda il Signore anche per “Sora Fragilità”. Prima di diventare il poverello d’Assisi, Francesco è descritto dalle cronache come basso e non troppo bello, arrivista e amante delle feste e, senza conoscere la sua storia, non verrebbe da scommettere che lo stesso uomo, molti anni dopo, dirà che la gioia piena, la celebre “perfetta letizia”, consiste proprio nell’abbracciare e vivere le mancanze, invece dei successi. Dove trovava la forza per vivere una vita così, casto povero e obbediente? Da nessun’altra parte se non in Gesù Cristo, che vero Dio, si fa vero Uomo, che sulla mensa eucaristica si dona come pane spezzato, che sulla croce diviene l’emblema di una fragilità potente, salvifica. “L’amore è possibile solo tra due cuori feriti. Il Cuore di Gesù è un cuore ferito, per sempre, per amore” (don Giorgio Gozzellino). Cinque giorni non sono certo sufficienti per guardarsi dentro e imparare a fare pace con le proprie cicatrici, il campo dunque non è una parentesi autoreferenziale, ma quasi vede il suo inizio proprio ora che siamo tornati nel nostro quotidiano. Un seme è stato gettato, sta a noi metterlo nelle condizioni di portare frutto. Anche voi, considerate il vostro cuore come un pezzo di pietra. Se la pietra è liscia e perfettamente levigata, l’acqua vi scorre sopra senza scalfirla, ma se su quella superficie si trova una crepa, una frattura, è proprio là che l’acqua si insinua e, col tempo, inizia a sgretolare la roccia, rivelando il cuore di carne. Prendiamoci tutti il nostro tempo e, facendoci accompagnare, rendiamo le nostre ferite delle feritoie da cui far entrare Dio e da cui far splendere la Sua luce.

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