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La meta è una tomba

September 29, 2017

Una tomba. Sì amici, la meta del cammino è stata ed è la visita a una tomba. Non è un granché, si potrebbe pensare. Ma il sepolcro di San Giacomo apostolo è da dodici secoli, per i pellegrini di tutta la terra, un luogo unico, da cui trasuda la testimonianza di un immenso amore. Non morte ma amore.
L’amore del Maestro per il discepolo, reso partecipe dei momenti più intimi e toccanti della missione di Gesù, e l’amore del discepolo per il Maestro, testimoniato da Giacomo fino alla fine col martirio. Noi, piccoli piccoli davanti a questa grande eredità, ci siamo messi in cammino per gli ultimi 120 km in terra di Galizia per giungere dopo 6 giorni di cammino a Santiago de Compostela. Difficile (come sempre) fare un sommario preciso, perché quello che si potrebbe dire è di gran lunga superiore allo spazio disponibile, quindi andiamo all’ essenziale. Ecco. L’essenziale. Un pellegrinaggio è un richiamo all’essenzialità, il bagaglio deve essere leggero altrimenti si va troppo lenti. I pellegrini del passato lo sapevano bene, pochissimi oggetti tra i quali il bordone (un bastone) e la bisaccia, che servivano da “distintivo” per farsi identificare come tali. Anche a noi il primo giorno, a simboleggiare quest’antico “kit” del pellegrino, è stato dato il Vangelo, bastone per sorreggere i nostri passi, ed un taccuino, bisaccia nella quale raccogliere ciò che più ci avrebbe colpito. Fin dal primo giorno è chiaro che il pellegrinaggio ha come primo scopo stare in amicizia e vicinanza con il Signore, “Tu sei vicino a chi ti cerca con cuore sincero”, abbiamo recitato durante la preghiera iniziale. Un ricercare Dio ogni giorno, nella lettura della Parola seguendo i brani in cui emergeva la figura di Giacomo e concentrandoci gli ultimi giorni sui brani della Passione, come facevano gli antichi pellegrini. Un ricercare Dio nei momenti di silenzio e nella conoscenza fra noi, che giorno dopo giorno si è accresciuta in intimità e profondità.

Cammin facendo ci si accorge che tutti partiamo con due bagagli, uno sulle spalle (al massimo 8-9 kg), e uno sul cuore (non deve pesare più di qualche grammo). Inutile dire quale sia quello più importante. Se mi metto in cammino con mille preoccupazioni, se mi metto in cammino col cuore pieno di ansie, di nodi da sciogliere è inevitabile che Dio non me lo potrà riempire. Bisogna partire con l’essenziale, poche domande ma che siano quelle giuste. Anzi, ne basta solo una, quella più importante che raccoglie tutte le altre “Signore, a che cosa mi chiami?”. Questa è la differenza fondamentale fra attesa e aspettativa. Il clima giusto di un pellegrinaggio (e di un cammino di fede) è quello dell’attesa. L’attesa è propria di chi è libero, l’aspettativa di chi è pieno di pesi e ingombri e aspetta solo che Dio lo alleggerisca. Insomma, bisogna partire poveri. Poveri in spirito più che negli oggetti (un chilo in più o in meno fa poca differenza, tanto i dolorini già dopo il primo giorno vengono a tutti). Una povertà questa, che in realtà ci rende ricchi perché capaci di accogliere l’inaspettato, le tante grazie di cui ogni giorno è disseminato: dalle semplici parole scambiate camminando, fino all’immensa bellezza di arrivare davanti alla tomba dell’apostolo.

Non è facile descrivere che cosa si provi arrivati a Santiago, ognuno di noi potrebbe dire un’infinità di cose diverse. Dopo tanto camminare, dopo tanto attendere, poter stare lì, fra le mura che hanno visto le preghiere e i desideri di milioni di cristiani, è semplicemente commovente, la stanchezza passa in secondo piano lasciando il posto a immensa gratitudine. La cripta non è molto grande e spesso affollata, rari sono i momenti di calma, ma non importa, solo Lui adesso è importante.

Una suora guanelliana incontrata durante il cammino ci ha detto che in occasioni come queste il Signore non aspetta altro che mettersi a “zappare” nel nostro cuore per fare una semina abbondante. Direi che l’immagine è più che azzeccata. Poi però bisogna tornare alla normalità, alla vita di sempre, ma si torna un po’ cambiati e con una voglia matta di rendere partecipi gli altri di quello che abbiamo visto e sentito. Perché il vero cammino comincia quando si arriva a casa.

 

 

 

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