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Gerusalemme, un coro a più voci a Dio

In un campo biblico, visitare Gerusalemme è davvero un tornare indietro nel tempo ai tempi di Gesù. Lì il Signore davvero ha fatto germogliare i fiori dalle rocce, nel senso che le rocce parlano (come detto da tanti fratelli pellegrini in condivisione) e trasmettono emozioni. Però Gerusalemme è anche una città in cui diverse culture e religioni si incontrano. Che ruolo ha avuto questa Gerusalemme nel nostro cammino biblico e di Fede?

Sopratutto, ci ha messo di fronte con la rinfrescante normalità della convivenza con culture e religioni diverse, a cui in Italia siamo forse poco abituati. Ciò è passato attraverso le cose più semplici, come i deliziosi piatti tipici preparati per noi dalle FMA di Nazareth e dalla fantastica cuoca araba del Ratisbonne a Gerusalemme (il cui ingrediente segreto era “habibi”, amore in arabo). Ma soprattutto attraverso incontri spontanei con gli abitanti del posto, da cui abbiamo potuto imparare tanto sulle diverse spiritualità. Al Muro Occidentale, abbiamo potuto ricevere consigli da un simpatico ebreo ultraortodosso sul “non smettere mai di cercare Dio, se no non lo si trova”. E chi non può concordare con lui, qualunque sia la propria religione? Certo, poi le differenze ci sono: per lui “Dio va sempre cercato, come una moglie, perché tutti hanno bisogno di una moglie”. Magari proprio su quello i don non concorderanno. Nei monasteri ortodossi arroccati su rocce o sperduti nel deserto, abbiamo potuto osservare una spiritualità più contemplativa e rigida. A molti è venuto spontaneo paragonarla alla nostra e trovarla più triste, ma come un’amica ortodossa mi spiegava per messaggio “i monaci ortodossi possono essere simpatici o no, ma non sono mai deboli: sono duri guerrieri della Fede”. Avendo visto cosa hanno costruito e come sopravvivono tutto l’anno isolati e in quel caldo, non posso davvero darle torto e non posso che imparare dalla loro tenacia spirituale. Nella Spianata delle Moschee abbiamo potuto essere accolti, seppur con tutte le limitazioni vestiarie del caso, in uno dei luoghi più santi dei musulmani senza problemi. Nel sentirli pregare 5 volte al giorno, chiamati fin dalla mattina presto dai minareti, siamo stati ricordati dell’importanza della preghiera costante.

Dappertutto, siamo stati accolti a braccia aperte, spesso anche con un po’ di musica italiana da cantare insieme. Questa la nostra esperienza, di normale diversità e pacifici incontri, lontana dalle immagini di odio a cui ci hanno abituato le cronache. Don Alejandro Leòn, Ispettore del Medio Oriente, ci ricordava l’ultima sera che a Gerusalemme non sono solo le rocce a parlare di Dio, ma anche e soprattutto le persone. Parlano in lingue diverse, pregano in modo diverso, chiamano Dio in diversi modi ma tutte insieme innalzano un coro a più voci al Cielo. Noi abbiamo avuto la fortuna di sentirlo e imparare tanto da esso.

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