• Cristina De Luca, Borgo Ragazzi don Bosco

A cosa ti servo, qui e adesso?

"Potrebbe esserci qualcun altro, è vero, un altro più bravo e più capace, ma ci sei tu. Potresti non esserci, eppure ci sei". Ecco quello che Lui mi ha detto con le parole di un salesiano, mentre Gli domandavo anche un po' arrabbiata: "a cosa ti servo qui e adesso?".

Ricevere un mandato e sentirmi dire che era proprio Lui a mandarmi, partire in “Missione”, in questo campo dove sarei stata “più” di un'animatrice, indossare per la prima volta al collo una piccola croce e camminarci insieme per le strade, erano tutte montagne che guardavo con la testa tirata indietro nel tentativo di comprenderle, seppur meravigliata e spaventata. Forse per questo sono partita, mettendomi inconsciamente alla ricerca di “grandi cose” da fare, di un servizio quasi frenetico che mi stancasse e occupasse tempo, perché dentro di me credevo che avrei corso da una parte e dall'altra, ma per lo più sono stata ferma, per lo più, come diceva Lui in quel salesiano, ci sono stata. A Tocco non c'erano da fare quelle “grandi cose” di cui l'immaginario comune circa le esperienze missionarie mi aveva per così dire convinto, non c'era un mondo disastrato da salvare, ma solo un piccolo e breve tratto di quotidiano in cui entrare in punta di piedi, con attenzione e pazienza. C'erano ragazzi di cuore da affiancare nell'animazione estiva, una drammatizzazione da mettere in scena con un Giona da far arrivare dal re a Ninive, e bambini da conoscere in soli cinque giorni. C'era papà Don Bosco, già dipinto da anni col suo sguardo dolce sui muri dell'oratorio The Dream e su quelli del paese, come una presenza che non abbiamo dovuto “importare” noi in quanto animatori salesiani, ma che siamo stati chiamati a condividere, ad “indossare” insieme ad un intero paese sulle magliette rosso acceso della pedalata notturna, nel segno di un carisma che abbracciava già prima di noi tutti quegli animi incontrati. Infine c'era per me un gruppo di altri missionari, una specie di famiglia insieme alla quale attendere al nostro servizio, insieme alla quale attendere il nostro servizio. Perché da missionario impari che questo non è un semplice da fare che ti viene assegnato, ma al contrario qualcosa che arriva quando ci sei davvero, quando smetti di stare lì nel tuo a leccarti le paure, e capisci, al di là dei volti che vedi, al di là di quello che senti e spesso nemmeno ti piace, Chi vuoi servire, Chi vuoi innalzare, a Chi vuoi essenzialmente tornare utile. Ma in quest'attesa attesa siamo stati un gruppo: tredici persone connesse e unite, che per due settimane hanno fatto colazione chiedendosi 'che mangiamo a pranzo?', che hanno grattato di giorno in giorno un enorme tocco di zucchero, e che, soprattutto, hanno condiviso la preghiera, le riflessioni personali, la Mensa Eucaristica, e si sono sforzati in tutti i modi di essere autentici. Solo così dopo averlo atteso, siamo riusciti ad attendere al nostro servizio, sperimentando ancora una volta che Servire non è regnare solo perché questa è una bella frase, ma perché dietro di sé porta racchiusa una Vita immensa che queste due settimane a Tocco da Casauria ci hanno aiutato a vedere un po' meglio e un po' di più.



Post in evidenza