Un mese a Moramanga (Madagascar): cosa succede quando smetti di avere il controllo
- Francesco Ligas, Cagliari
- 2 ore fa
- Tempo di lettura: 3 min
C'è un momento, poco prima di partire per qualcosa di grande, in cui la valigia è chiusa ma la testa è ancora aperta su mille domande. Io quel momento me lo ricordo bene. Non sapevo cosa aspettarmi. Zero. Avevo solo una certezza, vaga ma fortissima: qualunque cosa fosse successo, mi sarebbe rimasta dentro per sempre.
Avevo ansia, sì. Ma sotto l'ansia c'era qualcos'altro, più grande: una voglia di scoperta che non riuscivo nemmeno a spiegare bene a me stesso. Ed è proprio da lì che voglio partire, perché se stai leggendo questo articolo forse ti riconosci in quella sensazione. Quella di stare sul bordo di qualcosa senza sapere se saltare.
Io ho saltato. E oggi voglio raccontarti cosa ho trovato dall'altra parte.
L'arrivo che non ti aspetti
Moramanga, Madagascar. Un nome che prima di partire era solo un punto su una mappa.
Poi siamo arrivati. E la prima cosa che mi ha travolto non è stata la povertà, non è stato il caldo, non è stata la stanchezza del viaggio. È stato un sorriso. Poi un altro. Poi decine, centinaia di sorrisi, dalla gente del posto che ci accoglieva come se ci conoscesse da sempre.
A migliaia di chilometri da casa, mi sono sentito a casa.
Non parlavamo la stessa lingua, questo è vero. La barriera linguistica è stata la difficoltà più grande, quella che all'inizio ti fa sentire impotente, con le parole in gola che non riescono a uscire nel modo giusto. Ma qui è successa una cosa che non dimenticherò mai: ci siamo comunque capiti. Con gli occhi, con i gesti, con gli abbracci. Abbiamo conosciuto le loro storie, i loro sorrisi, i loro pianti.
E alla fine mi sono reso conto di una cosa che ribalta tutto: eravamo andati lì per "evangelizzare", ma sono stati loro a farlo con noi. Con molta più forza di quanta ne avremmo mai potuta avere noi.
Bambini che ti insegnano tutto senza dire una parola
Se c'è un'immagine che porto con me più di ogni altra, sono i bambini di Moramanga.
Bambini che hanno poco, a volte pochissimo. Che conoscono la fame, la sete, la povertà vera, quella che noi in Europa fatichiamo persino a immaginare. Eppure ridevano. Ridevano con tutto il corpo, con gli occhi, con un'energia che ti spiazza.
E in quel sorriso ho capito una cosa che nessun libro mi avrebbe mai potuto insegnare: se Dio è con te, nulla ti può davvero fermare. Non la povertà. Non la fame. Non la sete. Perché Lui non ti lascia mai, in nessun momento. Non è retorica. L'ho visto scritto sui volti di persone che avevano tutti i motivi per essere arrabbiate con Dio e con la vita, e invece la vivevano con una pienezza che a noi manca spesso anche quando abbiamo tutto.
Tornare diversi: cosa mi sono portato a casa
Un mese può sembrare poco. Ma quando torni, ti accorgi che qualcosa dentro di te si è spostato, e non torna più al suo posto.
Ho imparato l'importanza di avere ogni giorno la parola di Dio come punto fermo, non come qualcosa da tirare fuori nei momenti difficili.
Ho imparato a capire le persone con il cuore e con gli occhi, più che con le orecchie e con la bocca. A Moramanga le parole spesso non bastavano, e allora ho dovuto imparare un altro linguaggio, fatto di presenza, di ascolto vero, di silenzi che dicono più di mille frasi.
E soprattutto ho imparato a togliere un po' di spazio al mio "io", per lasciarne di più a Dio nella mia vita. A smettere di rincorrere quello che voglio io, per fare spazio a quello che Lui vuole per me.
Sembra una cosa piccola, detta così. Ma nella quotidianità cambia tutto: il modo in cui guardi le persone, il modo in cui affronti una giornata storta, il modo in cui dai valore alle cose che hai.





























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